Il mio primo incontro con l’arte ha il profumo della carta stampata e il sapore della sfida. Frequentavo la terza elementare e passavo ore a ricopiare i personaggi di Topolino, affascinata da come un tratto potesse dar vita a un mondo. Ma la vera scintilla scoccò in una vecchia cantina, tra scatoloni polverosi.
Lì trovai il “tesoro”: la vecchia scatola di tempere di mia sorella. Erano colori stanchi, induriti dal tempo, accompagnati da un unico pennello spelacchiato con quelli che definirei “tre peli in croce”. Eppure, in quegli strumenti dimenticati, io vedevo la mia Cappella Sistina. Con la pazienza di chi già allora sognava di essere il nuovo Michelangelo, scioglievo quei grumi nell’acqua e trasformavo i cartoni delle scarpe nelle mie prime tele preziose.
La vita, con la sua ironia, mi ha portata su una strada fatta di logica e codice: oggi sono un Ingegnere Informatico. Ma quella bambina con il pennello rovinato non se n’è mai andata. Per anni ho vissuto una sorta di dualismo alla “Dottor Jekyll e Mister Hyde”: di giorno immersa nel rigore analitico dell’informatica, di sera persa nella libertà fluida dei colori.
Oggi, la mia arte è il punto d’incontro tra questi due mondi. La precisione dell’ingegnere guida la mano, ma è quella stessa urgenza creativa nata in cantina a dare anima ai miei quadri. Non dipingo più su cartoni di recupero, ma la dedizione è rimasta la stessa: ogni opera è la promessa mantenuta a quella bambina che voleva solo colorare il mondo.
Chi Sono